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| C’è una notizia nuova sugli «israeliani danzanti», quei cinque ragazzoni ebrei che lavoravano per la ditta di traslochi Urban Moving Systems, e che furono visti da una cameriera messicana, l’11 settembre, mentre fotografavano le Torri in fiamme con l’aria di festeggiare. Ma prima, dobbiamo rievocare i fatti, che possono essere ignoti a molti lettori, o dimenticati Lo faremo citando ampiamente un testo di Massimo Introvigne (1), che pretende di smascherare i fatti come «leggende urbane» più o meno inventate dai «negazionisti». Così, ci risparmieremo molta fatica.
Dunque, ecco Introvigne:
«La prima leggenda è presentata normalmente in questi termini: ‘L’11 settembre 2001 la polizia di New York arresta cinque israeliani che danzano e si congratulano fra loro dopo il crollo delle Torri Gemelle. L’inchiesta dimostra che si erano preparati a filmare gli eventi, da una posizione da cui il World Trade Center si vedeva particolarmente bene, già prima che questi accadessero, dunque sapevano prima che sarebbero accaduti. Nonostante questo fatto gravissimo (e - si aggiunge talora - il fatto che a bordo del furgoncino in cui viaggiavano siano stati trovati esplosivi) la giustizia americana non approfondisce l’episodio ma li rimanda semplicemente in Israele. In più i cinque sono ex-militari (e/o agenti del Mossad) e lavorano per una società di traslochi chiamata Urban Moving Systems, il cui proprietario, l’israeliano Dominick Suter, si rende irreperibile pochi giorni dopo i fatti dell’11 settembre. Evidentemente la Urban Moving, finta società di traslochi che copriva un’operazione spionistica israeliana, aveva potuto penetrare senza destare sospetti nelle Torri Gemelle e preparare la loro esplosione dall’interno e il loro crollo, poi falsamente attribuito all’impatto di aerei. I cinque avevano ben ragione di danzare e di congratularsi per l’esito di un lavoro ben fatto».
Fin qui, poco da eccepire. A parte il fatto che Introvigne attribuisce a complottisti non identificati la voce secondo cui nel furgone della Urban Moving ci sarebbe stato dell’esplosivo: mi piacerebbe sapere il nome dei complottisti che dicono questo: perchè lo dice solo Introvigne. Quello che si disse allora fu che la polizia di New York aveva fatto annusare ai cani il furgone, alla ricerca di esplosivi.
Quanto al fatto che «la giustizia americana non approfondisce l’episodio ma li rimanda semplicemente in Israele», Introvigne evita di dire che «la giustizia americana» era rappresentata dal procuratore generale di New York, Michael Chertoff: un israeliano-americano (sua madre, hostess della El Al, sventò un attentato su un aereo), ed oggi elevato da Bush a capo della Homeland Security - ministero di cui mai prima gli USA avevano sentito il bisogno, la «Sicurezza Interna». In romeno, sarebbe Securitate.
Ridiamo la parola a Introvigne:
«Come tutte le leggende dell’11 settembre, si tratta di un falso. Il 12 settembre la notizia secondo cui la polizia ha fermato un furgoncino carico di esplosivi dura esattamente sette minuti: è diffusa dalla CNN alle 16,27 e smentita alle 16,34 (è confermato il fermo di un furgoncino bianco, con arresti, ma è negata la presenza di esplosivi). La storia è stampata per la prima volta dal New York Times il 13 settembre 2001 con queste parole: «Ufficiali di polizia riferiscono che un gruppo di cinque uomini è sotto indagine a Union City [New Jersey] ed è sospettato di avere aiutato i dirottatori. Inoltre gli ufficiali riferiscono che apparentemente i cinque uomini avevano piazzato macchine fotografiche che inquadravano il World Trade Center vicino al fiume Hudson. Essi hanno fotografato gli attacchi ed è stato riferito che si congratulavano fra loro, dicono gli ufficiali» (David Johnston, James Risen, «After the Attacks. The Investigation. Bin Laden Ties Cited», The New York Times, 13-9-2001).
La notizia, dunque, la la dà la CNN e «sette minuti dopo» non la smentisce, ma la precisa: confermando il fermo del furgone bianco della Urban. La notizia è anche confermata dal New York Times, mica da Al Jazeera, che ha evidentemente parlato con gli agenti che hanno compiuto i fermi. Essi confermano che quelli avevano piazzato fotocamere. Ma Introvigne mette le mani avanti: «Si tratta di un falso». Come falso?
La cosa è vera. Infatti Intro ammette che la colpa è della Fox News che «il giorno successivo, 14 settembre, riprende la notizia come segue: «Il New York Times ha riferito giovedì che un gruppo di cinque persone aveva predisposto delle videocamere dirette verso le Twin Towers prima degli attacchi di martedì, e questi uomini sono stati visti in seguito congratularsi fra loro» («One Arrested, Others Detained at NY Airports» , Fox News, 14 settembre 2001).
La Fox inserisce delle «distorsioni»:
Primo: il Times parla di apparecchi fotografici e Fox News di videocamere. Secondo: il New York Times non dice quando i cinque hanno piazzato le loro macchine fotografiche ed è Fox News a sciogliere l’ambiguità affermando senz’altro che quelle che sono diventate senza incertezze «videocamere» sono state predisposte «prima degli attacchi».
Capirai che distorsioni. Telecamere o fotocamere? Prima o dopo? Nei giorni convulsi post-11 settembre, nella fretta, coi giornalisti a caccia d’informazioni (non era calata ancora la cappa di piombo tipo Securitate), cosa conta? Quel che conta è che ci sono i cinque ragazzoni, che sono israeliani, e che sono stati fermati.
Ariecco Introvigne:
«L’incidente è pressoché dimenticato (salvo un articolo in novembre del supplemento di un quotidiano ebraico di New York, su cui tornerò e che comincia a interessare alcuni negazionisti dell’11 settembre) finché riemerge il 21 giugno 2002 in una puntata della trasmissione televisiva 20/20 della rete ABC, che gli dà una grande notorietà. Questa puntata – ma soprattutto l’articolo postato sul sito della ABC per promuoverla (oggi non più online sul sito della ABC ma reperibile tramite servizi come web.archive.org, e ripubblicato su diversi siti) – è la fonte della maggioranza dei negazionisti odierni. 20/20 è una trasmissione sensazionalistica che è stata coinvolta in diverse cause per diffamazione».
Nonostante il tono sensazionalistico della trasmissione, la sostanza è scarsa. La puntata si apre con una teste che l’11 settembre chiama la polizia, nascosta sotto lo pseudonimo di «Maria». Si tratta di una signora che, allertata da una condomina, va alla finestra del suo appartamento nel New Jersey e vede prima fumo provenire dalle Torri Gemelle e dopo («dovevano essere passati pochi minuti») l’arrivo in un parcheggio sottostante di un furgoncino, con «alcuni che salgono sul tetto del furgoncino e sembrano girare un film». Quello che colpisce «Maria» è che «sembrano contenti» mentre si fotografano a vicenda con le Torri Gemelle sullo sfondo. A questo punto «Maria» prende il numero di targa del veicolo e chiama la polizia, che intorno alle quattro del pomeriggio ferma il furgoncino nei pressi dello stadio di football americano dei Giants e arresta cinque cittadini israeliani fra i 22 e i 27 anni di età: Sivan Kurzberg, Paul Kurzberg, Yaron Shmuel, Oded Ellner e Omer Marmari. La polizia – un agente della quale è intervistato da 20/20 – ritiene di trovare una conferma del fatto che si tratta di persone sospette nel fatto che uno degli arrestati «ha 4.700 dollari nascosti in un calzino» e un altro «ha due passaporti stranieri». Nel furgoncino non ci sono esplosivi ma c’è «un coltello per tagliare scatole» (...)
La polizia chiama l’FBI che prende molto sul serio la cosa: preso atto che i cinque lavorano per la Urban Moving Systems, a tempo di record – sempre secondo 20/20 – «ottiene un mandato e perquisisce la sede» della società di traslochi. 20/20 intervista una vicina, Pauline Stepkovich, la quale riferisce che «l’FBI si è fermata per ore, ore» e ha portato via tutto: documenti, computer, scatoloni. Interroga a lungo il titolare, Dominick Suter, ma non lo arresta né lo incrimina. «Qualche giorno dopo, quando l’FBI cerca d’intervistare nuovamente il signor Suter, scopre che ha lasciato il Paese». I cinque, invece, rimangono in prigione perché i loro visti turistici sono scaduti e sono quindi tecnicamente clandestini. «Dopo due settimane un giudice li condanna, secondo la routine [dell’immigrazione clandestina] all’espulsione», ma a questo punto, sempre secondo la trasmissione televisiva, intervengono «la CIA e l’FBI» che, anziché espellerli, li trattengono per altri 71 giorni, «ne tengono alcuni in isolamento, li sottopongono a interrogatori continui e a sette test con la macchina della verità».
A questo punto si entra nel regno della speculazione: «fonti confidenziali dell’FBI» avrebbero detto ai giornalisti che il materiale fotografico (o cinematografico, perché nella stessa trasmissione ci sono contraddizioni sul punto), sviluppato, mostra in effetti i cinque che «sorridono e fanno i buffoni» con le Torri Gemelle o le loro rovine sullo sfondo, che l’FBI ha due dei cinque fra i nomi della sua banca dati di possibili agenti stranieri e sospetta che lavorino per il Mossad il quale notoriamente cerca d’infiltrarsi tra i sostenitori di Hamas negli Stati Uniti, e che uno dei cinque, Paul Kurzberg, secondo «uno dei suoi avvocati» avrebbe avuto problemi con la macchina della verità perché in passato «aveva lavorato per l’intelligence israeliana in un altro Paese». Inoltre un «rispettato giornale ebraico di New York, The Forward, avrebbe anche lui saputo dalle solite fonti confidenziali dell’FBI che due degli arrestati lavoravano in effetti per il Mossad».
Tutto vero. Quel documento della ABC l’ho visto anch’io, ed ho sentito la testimonianza di «Maria» la messicana, che confermava tutto. Anche Forward, rivista ebraica, conferma. Ma allora dove sta il falso?
Secondo Intro, nel fatto che «le fonti confidenziali dell’FBI» non vengono mai citate. Cosa ovvia: come disse a Carl Cameron della Fox un agente dell’FBI, «provare a perseguire, o anche solo a sollevare, lo spionaggio che Israele conduce (in USA) significa rovinarsi la carriera».
Ma Introvigne preferisce credere «all’avvocato degli arrestati che partecipa alla trasmissione, Steve Gordon». Il quale dichiara che i suoi clienti «negano qualunque celebrazione e manifestazione di gioia», e l’avvocato israeliano dei cinque, Ram Horvitz, definisce la storia del loro collegamento con servizi di intelligence «la storia più assurda e ridicola che abbia mai sentito».
Cos’altro dovrebbero dire degli avvocati difensori di personaggi che sono incriminabili per concorso in strage? Che sono stati arrestati e su cui si nutrono tali sospetti, che l’FBI li trattiene per 71 giorni? E il cui datore di lavoro, Dominik Suter, se l’è squagliata per sfuggire all’inchiesta? Suter è stato nell’elenco dei ricercati dell’FBI per anni. Degli avvocati si attaccano all’unica cosa che possono: non è vero che i nostri clienti ridacchiavano, la cameriera Maria avrà visto male.
Vi pare poco, magari. E allora tenetevi forte, perchè Intro – si vede da questo che è un bravo avvocato - lancia la prova a discarico decisiva:
«Il portavoce dell’ambasciata israeliana a Washington afferma che le autorità americane non hanno mai sollevato il problema con noi. La storia è semplicemente falsa».
Vedete com’è oggettivo Intro: non crede alla CNN, nè al New York Times, e nemmeno a Forward. Però crede al «portavoce dell’ambasciata israeliana». Di cui, fra l’altro, non fa il nome. Quindi: quando è Introvigne a citare una fonte anonima, è oro colato. Quando sono il New York Times, Forward, la Fox, sono «pure speculazioni».
È persino umiliante ricordargli che la smentita di un addetto d’ambasciata israeliano non è una prova contro la teoria del complotto. Anzi, il contrario, visto che i cospirazionisti accusano i servizi isrealiani di avere commesso, o partecipato, agli attentati dell’11 settembre. O Intro si aspetta che l’ambasciata isareliana cofessi pubblicamente: sì, quei ragazzoni erano nostri agenti?
Il bello è che Introvigne insiste. Esibisce quella che lui ritiene un’altra smentita alla teoria complottista. Una smentita assoluta. Insuperabile. Questa:
«In un talk show israeliano tre dei cinque (che hanno fatto tutti il servizio militare, obbligatorio in Israele, ma negano qualunque contatto con i servizi segreti) si protestano vittime di un errore giudiziario».
Tre dei cinque ragazzoni si provessano vittime di un errore giudiziario. Mi scusi avvocato, ma quale errore giudiziario? Gli israeliani danzanti non sono mai stati sottoposti ad alcun processo; sono stati espulsi da Chertoff per visto scaduto. E non protestano la loro innocenza in un’aula di tribunale, ma in un «talk show israeliano», sicuri a casa loro.
Ho visto anch’io quel talk show. Chiamarlo talk show è fargli troppo onore: si trattava di uno spettacolino-pop, con ballerine e veline e cantanti rock, una specie di «Domenica In» per adolescenti. Quei tre chiacchieravano con il presentatore-pop, in giacca di paillettes, e sghignazzavano. Tralasciamo il piccolo particolare che dovrebbe essere noto all’avvocato difensore Introvigne: tutti i colpevoli, a memoria d’uomo, si professano vittime di un errore giudiziario. Non per questo i giudici li lasciano in libertà.
Solo Introvigne, avvocato dei suoi clienti israeliani, dichiara:
«Alla fine non c’è uno straccio di prova che i giovani abbiano mai avuto a che fare con lo spionaggio israeliano».
Ma guarda: è la stessa conclusione cui è giunta la trasmissione della ABC 20/20, quella che – secondo Intro – avrebbe avuto lo scopo di «insinuare» la credibilità del complotto. Ecco infatti lo scambio di battute fra i giornalisti –conduttori del programma, Barbara Walters e John Miller. A riportarlo è lo stesso Introvigne:
«WALTERS: ‘Ma il punto centrale è che non c’è nessuna prova che questi uomini sapessero dell’attacco prima che avvenisse’. MILLER: ‘No. E penso che l’FBI e la CIA abbiano dedicato molto tempo a scavare intorno a questa risposta e non abbiano trovato nulla’. WALTERS: ‘Bene. Dunque noi abbiamo seppellito questa diceria (rumor) una volta per tutte’. MILLER: ‘Di sicuro ci abbiamo provato’».
Da questo, Intro trae la seguente conclusione:
«Si vede qui il meccanismo tipico della trasmissione sensazionalistica: nella prima parte si eccita il rumor, nella seconda lo si sgonfia e ci si può perfino vantare di avere svolto opera meritoria avendo seppellito la diceria».
Spero che Intro non s’intronerà se ne caviamo la conclusione contraria: dato che la «voce» (rumors) era ormai giunta all’opinione pubblica – ne hanno parlato la CNN, il New York Times, la Fox e Forward, ci hanno indagato la CIA e l’FBI – la trasmissione ABC non poteva negare tutto. Ma ha fatto in modo di «seppellire come diceria». La trasmissione era fatta per confermare la versione ufficiale, sollevando fumo sul fatto.
Infatti è fumo. Lo dice Intro:
«La trasmissione della ABC non cita un altro testimone il quale nell’inchiesta avrebbe riferito di avere visto i cinque giovani prima che li vedesse ‘Maria’ e di averli visti sul tetto dell’edificio dove aveva sede la Urban Moving Systems. Di questo testimone si parla in un articolo del 2 novembre 2001 di Yediot America, supplemento settimanale all’edizione pubblicata negli Stati Uniti del più diffuso quotidiano israeliano, Yedioth Ahronoth, e tradotto sul sito del quotidiano online di New York Gotham Gazette».
Nessun complottista serio, che io sappia, ha mai parlato di questo secondo testimone. Noi complottisti sappiamo solo di Maria, che ha visto i cinque danzare sul tetto del furgoncino, non sul tetto dell’edificio della Urban Moving Systems. A tirar fuori il secondo testimone – che Introvigne s’ingegna a screditare – è un giornale ebraico, il supplemento USA di Yedioth Ahronoth. E la fonte che parla di questo testimone è Steve Gordon: l’avvocato difensore degli israeliani danzanti. Insomma, è disinformazione, cortina fumogena. Che non dev’essere ben riuscita perchè, ci spiega Intro, sul sito della Gotham Gazette:
«Oggi appare una messa in guardia sull’uso dello stesso articolo – spesso tagliando alcuni passaggi decisivi – da parte di 'siti antisemiti e complottisti' per fargli dire il contrario di quello che dice. In effetti – paradossalmente – un articolo di un giornale israeliano che intendeva protestare contro la detenzione, che considerava abusiva e ingiustificata, dei cinque è usato dai negazionisti come prova delle loro asserzioni».
Appunto: Yedioth Ahronoth intendeva difendere gli israeliani danzanti, scagionarli. La cosa non ci sembra stupefacente, visto che i sospetti sono ebrei. Dobbiamo prendere per buona la «messa in guardia» della Gotham Gazette? Ci si chiede di dimenticare il New York Times e di credere alla Gotham Gazette? E che cos’è poi la Gotham Gazette? È uno sconosciuto giornalino locale online, fondato nel 1999. Però è finanziato da varie fondazioni importanti, tra cui la Rockefeller Foundation: non dev’essere un giornalino che dà fastidio ai potenti. Il suo direttore è un ebreo di nome Jonathan Mandell.
Ma torniamo alla Urban Moving Systems e al suo titolare, Dominik Suter. Su questo personaggio, Introvigne non dice molto. Si produce in una domanda retorica:
«Quanto al titolare della Urban Moving Systems, nel clima dei giorni dopo l’11 settembre in cui chiunque fosse straniero, tanto più medio-orientale, doveva affrontare un clima piuttosto pesante, c’è da stupirsi se dopo che l’FBI ha passato ‘ore’ nel suo ufficio e gli ha sequestrato tutto, e i suoi dipendenti sono tenuti in isolamento in un carcere di massima sicurezza, pensa bene di levare le tende e tornarsene in Israele?».
Ebbene sì, avvocato: c’è da stupirsi. Non è normale filarsela dalla ditta lasciando (come videro i giornalisti della ABC) i computers accesi in ufficio e una quantità di mobilia da traslocare nel magazzino. Non è normale, se non si ha nulla da nascondere. Ma che Domink Suter abbia qualcosa da nascondere, non è un’idea mia. Suter era in un elenco di ricercati dall’ FBI ancora nel 2002. Lo so da un documento dell’Ufficio Cambi italiano, datato 4 febbraio 2002 e inviato a tutte le banche, in cui si diceva: l’FBI ci prega, per «accertamenti relativi ai fatti di terrorismo internazionale», di dare informazioni utili sui movimenti finanziari intestati a «nominativi» di cui si dà l’elenco. E nell’elenco c’è anche il nome di Dominik Suter. Ne ho parlato nel mio Chi comanda in America (2).
Ed ora, devo dare la notizia-bomba, che avevo promesso all’inizio di questo lungo articolo.
Eccola: da documenti ufficiali, che escono dall’Ufficio del Bilancio americano (Office of Management and Budget, in sigla OMB) isulta che la ditta di Suter, la Urban Moving Systems, ha ricevuto fondi federali per 488.750 dollari, e fondi dallo stato di New York per altri 166.250 dollari. In tutto, 665.000 dollari. Data del pagamento: 22 giugno 2001. Due mesi e mezzo prima dei mega-attentati.
Come mai il governo USA ha pagato una cifra del genere ad una ditta di traslochi? Per quali servizi resi, nei mesi precedenti l’11 settembre? Sembra quasi che una parte del governo USA finanziasse la Urban Moving, mentre un’altra parte – l’FBI – la sospettasse di coinvolgimento negli attentati. Al punto da ottenere un mandato per «visitare» la ditta e portarne via documenti. Al punto da convincere Dominik Suter che era meglio filarsela in Israele subito, lasciando le luci accese. Come mai?
Come complottista, ho qualche ipotesi. Ma aspettiamo che Massimo Introvigne, l’avvocato difensore, dia la sua versione. Possiamo dargli la fonte. Che è insospettabile: si tratta di OMB Watch, ossia un’organizzazione di cittadini che fa le pulci alla contabilità statale, andando a vedere le voci anche minime del titanico bilancio federale americano (16 mila miliardi di dollari), per controllare come il governo spende i dollari del contribuente.
La sua scoperta del finanziamento alla Urban Moving Systems è stata casuale. Ecco l'immagine e l’indirizzo in cui l’avvocato difensore potrà vedere il foglio del bilancio USA con l’esborso alla ditta di Suter il ricercato:
1) Massimo Introvigne, «Miti anti-israeliani sull’11 settembre; gli «israeliani danzanti» e gli «studenti d’arte isrealiani», CESNUR, senza indicazione di data. Il CESNUR è il «Centro Studi sulle nuove religioni» diretto e gestito da Introvigne medesimo. Il gruppo dovrebbe occuparsi di sette religiose. Ma dall’11 settembre, il suo autore-fondatore-redattore si dedica a spiegare i dubbi sulla verità ufficiale sull’11 settembre come rislutato di una malattia mentale. «Il fatto che menzogne e dicerie smentite nel 2002 e nel 2004 continuino a circolare nel 2008 conferma il carattere patologico del Truth Movement. Questi episodi, ancora una volta, non ci dicono nulla di significativo sull’11 settembre. Ma ci dicono molto sui compagni di merende di estrema destra o di estrema sinistra che anche in Italia – talora con l’avallo di qualche vecchio accademico o giornalista un po’ suonato – continuano a spacciare merce che non vale più delle croste cinesi vendute come opere d’arte dai famosi «studenti», spinti da un furibondo odio contro l’America e l’Occidente che è il vero fenomeno su cui vale la pena d’indagare». 2) Maurizio Blondet, «Chi comanda in America», Effedieffe 2002, pagina 74. 3) «Urban Moving Systems: the US-Israeli 9/11 financial nexus»,Under the Radar Media, 19 giugno 2008. | ||
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lunedì 30 giugno 2008
Gli «israeliani danzanti» furono pagati dal Governo
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giovedì 15 maggio 2008
LEGGI "ANTITERRORISMO" = FINE LIBERTA'
Fine delle sovranità e delle libertà in EuropaJean-Claude Paye: “Le leggi antiterrorismo.
Un Atto constitutivo dell’Impero”
di Silvia Cattori*
Le leggi «antiterrorismo» imposte dagli Stati Uniti sono servite a gettare le basi sulle quali si costruisce un nuovo ordine di diritto, osserva il sociologo belga Jean-Claude Paye. Esse si applicano ormai in tutti gli Stati europei. Ogni comune cittadino europeo può, oggi, essere sorvegliato nel proprio paese da servizi segreti stranieri, essere designato come un «nemico combattente», essere consegnato ai torturatori della CIA ed essere giudicato da commissioni militari statunitensi.

Jean-Claude Paye e i suoi due libri La fine dello Stato di diritto (Manifesto libri, 2005), e Global War on Liberty, (Telos Press Publishing, 2007.)
Silvia Cattori: Leggendo i suoi due libri La fine dello stato di diritto et Global War on Liberty [1] si comprende una cosa che i responsabili politici vogliono nasconderci : che tutte le misure prese nel quadro del Patriot Act [2] — presentate come rivolte verso delle organizzazioni terroristiche — sono state generalizzate e colpiscono ormai l’insieme dei cittadini. Si fatica a comprendere come gli Stati europei abbiano potuto approvato l’abbandono del loro ordine legale e sottomettere le loro società a queste leggi eccezionali.
Jean-Claude Paye: In effetti, negli accordi europei di estradizione, firmati nel 2003, non c’è niente che impedisca che i cittadini europei siano tradotti davanti alle giurisdizioni d’eccezione degli Stati Uniti. Bisogna sapere che tali accordi, che legittimano questi Tribunali d’eccezione, sono il risultato di anni di trattative segrete. Essi non sono che la punta visibile dell’iceberg. Una parte del testo riguardante questi accordi è stata resa visibile perché doveva essere ratificata dal Congresso degli Stati Uniti.
Da parte europea, non è stato necessario farli ratificare dal Parlamento europeo e i Parlamenti degli Stati membri non hanno avuto alcuna possibilità di influire sul contenuto degli accordi. Sono dei semplici funzionari demandati dai diversi Stati membri a negoziare a livello europei.
Silvia Cattori: Ma, firmando questi accordi, il Consiglio europeo ha precipitato i nostri paesi in un universo kafkiano ! Se questi accordi non sono stati ratificati dal Parlamento europeo, perché averli accettati?
Jean-Claude Paye: Essi non sono stati ratificati — il Parlamento europeo dà solo un parere consultivo — ma hanno forza di legge. Questo è rivelatore della struttura imperiale messa in piedi. Possiamo vedere che la sola struttura statale sovrana che sussiste, sono gli Stati Uniti. L’Unione Europea, ad esempio, è una struttura del tutto disunita.
Silvia Cattori: A quale livello si è svolta la trattativa?
Jean-Claude Paye: Al livello dei rappresentanti del Consiglio europeo. Essi sono dei funzionari che quasi non devono rendere conto. Sono dei delegati permanenti investiti delle questioni di polizia e di giustizia, designati dagli Stati membri. Sono dei funzionari europei o nazionali che divengono satelliti dell’Amministrazione degli Stati Uniti. Questo è accertabile sul piano giudiziario, ma anche su quello economico.
Silvia Cattori: L’Unione Europea non è dunque interessata a proteggere i propri cittadini. Tutto le sfugge?
Jean-Claude Paye: Evidentemente, sì. Essa è stata costruita in modo che tutto le sfugga. Ciò dimostra che l’Unione Europea non è un’alternativa alla potenza degli Stati Uniti. Al contrario, essa è integrata in questa potenza imperiale, ne è un semplice meccanismo [3].
Prima dell’11 settembre 2001 gli Stati Uniti negoziavano in modo bilaterale. All’epoca, essi esitavano a trattare con un’entità come l’Europa dei quindici, perché c’era sempre uno Stato membro che non era d’accordo. Con gli attentati dell’11 settembre, per gli Stati Uniti le cose si sono accelerate e semplificate. Essi continuano a negoziare degli accordi bilaterali ma, adesso, trattano direttamente anche con l’Unione Europea, perché hanno il rapporto di forza necessario per far accettare immediatamente le loro richieste. Lo si è visto con gli accordi sui dati di sorveglianza dei passeggeri aerei. Un primo accordo è stato firmato nel 2004, poi un secondo nel 2006 e un terzo nel 2007. Ogni volta gli Stati Uniti hanno aumentato le loro pretese.
L’accordo sui dati riguardanti i passeggeri che si recano negli Stati Uniti — entrato in vigore il 29 luglio del 2007 — è un ottimo esempio. Con tale accordo, gli Europei hanno svuotato della loro sostanza tutte le protezioni legali, nazionali ed europee, che esistono in materia di dati personali. Questi sono accessibili 72 ore prima dell’imbarco. Le compagnie aeree devono trasmettere il numero delle carte bancarie, il tragitto che farete negli Stati Uniti. Questi ultimi hanno il diritto di impedire l’accesso al territorio, hanno tutti i diritti. I cittadini stranieri non sono protetti dalle leggi degli Stati Uniti. Durante i negoziati, Washington ha preso in considerazione di trattare gli Europei come i cittadini degli Stati Uniti, ma si tratta di un privilegio concesso dall’amministrazione, che non ha forza di legge e sul quale il potere esecutivo può fare marcia indietro.
Silvia Cattori: Più niente s’oppone ormai all’instaurazione di un sistema poliziesco ?
Jean-Claude Paye: Evidentemente! I governi europei vogliono realizzare la stessa restrizione delle nostre libertà. Le pretese degli Stati Uniti ne danno loro l’occasione. Vi dicono : «Siamo costretti ad accettare le richieste degli Stati Uniti, perché le compagnie europee non potrebbero più atterrare laggiù». Agiscono come se gli Stati europei non avessero alcun mezzo di ritorsione e non potessero, a loro volta, vietare alle compagnie USA di atterrare in Europa. In realtà, vogliono fare la stessa cosa dell’amministrazione statunitense. Già si progetta d’instaurare simili scambi d’informazioni a livello europeo.
Silvia Cattori: In Gran Bretagna, le leggi «antiterroristiche» permettono di perseguire ogni persona che faccia dei discorsi considerati suscettibili di «creare un’atmosfera favorevole al terrorismo». Anche queste leggi possono estendersi ad altri Stati?
Jean-Claude Paye: Sì. In Gran Bretagna, il governo Blair ha potuto criminalizzare per mezzo della legge ogni forma di opposizione radicale alla sua politica estera. Sul continente, gli Stati cercano di agire attraverso la giurisprudenza. Vi è stato, in Belgio, un processo molto interessante riguardante due militanti e simpatizzanti del DHKPC, un’organizzazione turca di opposizione radicale [4], il quale dimostra come il potere cerchi di creare dei tribunali d’eccezione per far passare una giurisprudenza d’eccezione. Con la creazione di questi tribunali, il potere cerca di criminalizzare ogni forma di sostegno, anche verbale, a gruppi etichettati come «terroristici» dagli Stati Uniti, iscritti poi nella lista europea delle organizzazioni «terroristiche».
Silvia Cattori: Insomma, queste leggi «antiterrorismo» realizzate dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, servono non solo ai disegni dell’amministrazione Bush, ma anche a quelli dei governi europei?
Jean-Claude Paye: Le misure di cui parliamo sono state messe a punto prima dell’11 settembre 2001. Il Patriot Act riunisce un insieme di misure che già parzialmente esistevano. Il fine del Patriot Act non è stato solo quello di imporre le misure prese, ma di dare loro una legittimità. Ciò che era parziale, disperso, ora è riunito in una sola legge. Il che dà una legittimità alle misure prese.
Silvia Cattori: Si può dedurne che gli Stati Uniti avevano bisogno di un grande attentato per far passare di forza questa modifica del diritto penale?
Jean-Claude Paye: Evidentemente! Bisogna sapere che il Patriot Act, depositato tre giorni dopo gli attentati, comprende 128 pagine. Il sistema penale degli Stati Uniti è complesso, funziona per rinvii. Questo vuol dire che una legge modifica il contenuto di altre leggi penali. Se prendiamo l’insieme delle modifiche, ciò corrisponde a 350 pagine. Ci vuole almeno un anno per redigere un tale testo.
A livello di Unione Europea, questo non è meno caricaturale. Le due decisioni quadro — quella relativa alle organizzazioni «terroristiche» e quella relativa al mandato d’arresto europeo — sono state depositate una settimana dopo gli attentati. Anche qui si tratta di testi che erano già pronti. Si aspettava un’occasione per farli passare.
Silvia Cattori: Il che significa che Bush dal 2001, e Sarkozy ora, possono servirsi di queste procedure d’eccezione per trasformare in nemico chi vogliono?
Jean-Claude Paye: Nel momento in cui questi testi sono stati adottati, già avevamo un’idea di dove avrebbero portato. La lista delle reti «terroristiche» proviene dall’Unione Europea. È un regolamento europeo del 2001 a metterla in vigore. Nel mio libro La fin de l’État de droit, prendo il caso di un comunista filippino, José Maria Sison, un rifugiato politico riconosciuto, che aveva ottenuto asilo politico nei Paesi Bassi. Iscritto nella lista «terroristi» degli Stati Uniti, il suo nome è stato poi trascritto nella lista «terroristi» olandese. Il signor Sison ha appreso di essere iscritto nella lista «terroristi» quando sono stati bloccati i suoi conti ed è stato espulso dall’alloggio sociale che gli era stato attribuito. In seguito è stato ritirato dalla lista olandese ma, dal momento che frattanto era stato iscritto dal Consiglio sulla lista europea, il governo olandese si è servito del pretesto che il signor Sison figurava nella lista «terroristi» europea per mantenere le disposizioni che non poteva giustificare.
In questo caso è interessante il fatto che, l’11 luglio 2007, la Corte europea di Lussemburgo ha cassato la decisione del Consiglio europeo. Essa ha stabilito che non c’era ragione di iscrivere Sison nella lista dei «terroristi» del Consiglio che consente il blocco dei conti bancari. Il giudizio ha sancito chiaramente che l’assenza di «motivi pertinenti» e il mancato rispetto dei diritti della difesa sono stati gli elementi che hanno fatto cassare la decisione del Consiglio europeo.
Tuttavia, il 28 agosto, il signor Sison è stato di nuovo arrestato dalla polizia olandese, in violazione della decisione della Corte di giustizia. Questo caso è emblematico dei rapporti oggi esistenti tra la Giustizia — l’ultima istituzione di resistenza alla concentrazione dei poteri nelle mani dell’esecutivo — e la polizia. Ciò dimostra che la polizia fa quello che vuole, violando le decisioni di giustizia.
Silvia Cattori: Sembra che sia iniziata la prima trasposizione nella lista «terroristi» francese dei decreti recentemente promulgati da George Bush, che criminalizzano le organizzazioni e gli individui che si oppongono all’attuale politica in Iraq e nel Libano. Prossimamente, potrebbe essere pubblicata una lista di nomi, congiuntamente da Francia e Stati Uniti. Quando, nel gennaio 2006, fu votato dal Parlamento francese [5] il dispositivo legislativo sul riciclaggio, nessuno dubitò che servisse a colpire degli oppositori politici?
Jean-Claude Paye: In ogni paese, c’è una lista interna delle organizzazioni «terroristiche». Generalmente, si tratta della semplice trascrizione della lista del Consiglio europeo, alla quale sono aggiunti degli elementi complementari.
Lo apprendo per quanto riguarda il Libano. Sembra che qui siano stati aggiunti degli elementi complementari agli elementi dell’opposizione politica del Libano. Sarebbe interessante sapere se questi elementi saranno integrati nella lista del Consiglio europeo.
Non è un tribunale a dichiarare che un tale è «terrorista»; a iscrivervi è una semplice autorità amministrativa, senza che ci sia alcune spiegazione a giustificare il vostro inserimento in tale lista.
Silvia Cattori: Che cosa le suggerisce tutto questo?
Jean-Claude Paye: Questo dimostra che quasi tutti i poteri sono attualmente concentrati nelle mani dell’esecutivo. Che ora l’esecutivo ha dei poteri giudiziari. È il potere esecutivo a decidere che si possa prendere nei vostri confronti tale o talaltra misura.
L’esempio dell’opposizione in Libano e l’esempio di José Maria Sison, sono esattamente la stessa cosa. Si tratta di decisioni senza motivazioni. Salvo che con il Libano c’è un’estensione, poiché per essere incriminati non occorre essere membri di un’organizzazione designata come «terroristica», ma semplicemente avere contatti con suoi membri. È una tendenza generale che prevale a livello dell’applicazione delle legislazioni «antiterroristiche».
Silvia Cattori: Dunque, lo scopo del Patriot Act e delle altre leggi «antiterroristiche» è quello di attaccare le libertà fondamentali?
Jean-Claude Paye: Sì, l’obiettivo è sopprimere le libertà fondamentali.
Silvia Cattori: Ci saremmo aspettati che tutte le forze politiche denunciassero queste norme d’eccezione. La sinistra, che si presenta come il difensore della giustizia sociale, non dovrebbe mobilitarsi, esigere un immediato ritorno allo Stato di diritto?
Jean-Claude Paye: La Sinistra? Quale sinistra? Guardi gli Stati Uniti. I democratici votano le leggi più liberticide elaborate dal Partito repubblicano. Il Military Commission Act, adottato nel 2006, è stato votato anche da una parte del Partito democratico che, pure, è maggioritario alla Camera ed aveva la possibilità di impedire a questa legge di passare.
Da noi è la stessa cosa. A parte un’accelerazione, come accade con il presidente Sarkozy, quando la sinistra è al potere non si vede la differenza con la destra. In Francia, ad esempio, le prime misure di sorveglianza globale sono state messe in atto dal governo di Lionel Jospin.
Il solo apparato che manifesta una lieve resistenza è quello giudiziario. Negli Stati esistono arresti effettuati dall’esecutivo che vengono cassati. Ad esempio, quando in Belgio la Corte di Cassazione annulla per vizio di forma il giudizio in appello dei militanti del DHKCP, è una resistenza dell’apparato giudiziario. Il problema è che non esiste alcun meccanismo di diffusione nella società civile. Questa assenza si aggiunge al silenzio dei media. Da un’istituzione isolata non si può sperare che possa condurre a lungo la resistenza.
Silvia Cattori: Ma si tratta di un attacco contro la libertà di opinione che si estende al mondo intero. È dunque capitale che i partiti politici si preoccupino di queste derive e che i cittadini sappiano che queste nuove leggi permettono, sulla base di un semplice sospetto, di mantenere chiunque in prigione senza accusa e senza processo, che più nessuno è protetto dalla legge, che si tratta di un arbitrio totale! Come si spiega che nei Forum sociali mondiali gli alter mondialisti, i responsabili di Attac, non mettono tali questioni al centro del dibattito?
Jean-Claude Paye: Non ne parlano. Non vogliono parlarne. Questo tocca i problemi fondamentali. Essi non vogliono parlare di questi problemi, perché dovrebbero affrontare direttamente il potere. Queste preoccupazioni sono per loro secondarie. Non fanno più parte del programma di Attac. Parlano della tassa Tobin, di cose periferiche. Siamo in una società psicotica, una società del non scontro.
Non sono mai i partiti che governano a proteggere i cittadini. Ogni volta che i partiti hanno fatto passare delle misure favorevoli ai cittadini, è perché esisteva un rapporto di forza che li costringeva. La démocrazia si conquista ogni giorno, non è mai concessa.
Se studia e spiega queste leggi «antiterroristiche», lei svela esattamente la natura del potere. Lei non può più parlare di potere democratico, lei vede una società già in marcia verso la dittatura. Vede che ogni nuova misura presa è peggiore della precedente. Le cose sono chiarissime. Ma ci rifiutiamo di vederle per come sono.
Il problema fondamentale non è che il potere si trasformi in dittatura perché, come mostra la storia, un potere incontrollabile si trasforma sempre in dittatura. Il problema fondamentale della nostra epoca è l’abdicazione delle persone di fronte a questo processo. E questo è un fenomeno piuttosto nuovo. Le persone abbandonano al potere e alla macchina economica le loro libertà; e a termine, visti i problemi ambientali e climatici, la loro sopravvivenza in quanto specie vivente.
Silvia Cattori: Da quando ha avvertito che le cose si sarebbero evolute in questo senso e che alle persone critiche del sistema politico e mediatico sarebbe stato vietato di parlare?
Jean-Claude Paye: Dalla fine degli anni '90. Già allora, si vedeva la costruzione di questo Stato poliziesco. Ma le leggi emanate all’epoca sembrano quasi democratiche in confronto a quello che vediamo oggi. Il processo conosce una forte accelerazione.
Silvia Cattori: Questo significa che l’Autorità esecutiva degli Stati Uniti attacca direttamente i diritti fondamentali dei cittadini del mondo intero, tra cui quelli dell’Unione Europea!?
Jean-Claude Paye: Sì, è evidente! Ma non si tratta solo dell’esecutivo statunitense, ma dell’insieme degli esecutivi dell’intero pianeta, tra i quali c’è una vera solidarietà contro le loro popolazioni. Le prigioni segrete della CIA sono un buon esempio di questo processo [6]. A livello europeo, delle amministrazioni sono state integrate direttamente in questa organizzazione della tortura. Nel migliore dei casi, tutto quello che si è potuto ottenere dai governi europei è che si comportino come le tre piccole scimmie: cieche, sorde e mute [7].
Silvia Cattori: Che cosa accadrà a quelli che sono iscritti su queste liste di «terroristi» che rimangono segrete?
Jean-Claude Paye: Le liste «terroristi» non sono tutte segrete. A livello europeo, solo la lista «Europol» è segreta. Essa consente di prendere misure di sorveglianza e di mettere in atto speciali tecniche di sorveglianza e ricerche segrete su persone definite «terroristi» [8].
La lista del Consiglio europeo permette di prendere misure finanziarie, come il blocco dei conti bancari. Tutti questi elementi saranno utilizzati se il rapporto di forza in loco sarà favorevole al potere. La prima cosa da fare è rivelare che cosa succede, diffondere il massimo delle informazioni e fare in modo che queste liste siano note.
Silvia Cattori: Ciò non le suggerisce alcuna analogia?
Jean-Claude Paye: Sì, il clima degli anni trenta. Ma, attualmente, viene messa in atto una dittatura mondiale. Una specie di «migliore dei mondi» e non un semplice processo di «fascistizzazione».
Silvia Cattori: Dopo il 2001, si sequestrano delle persone, si torturano dei presunti «terroristi» di origine araba e di confessione musulmana. Un domani ci dobbiamo aspettare che venga punito chi denuncia questi abusi?
Jean-Claude Paye: L’impero ha bisogno di nemici. Esso crea, inventa i propri nemici.
La prima cosa da fare è mostrare ciò che è nascosto [9]. Ci sono tanto di leggi che permettono di fare qualsiasi cosa in ogni momento! Ma questo viene fatto in funzione della resistenza immediata degli interessati. In precedenza vi era un quadro legislativo che ci proteggeva. Ora, loro possono fare quello che vogliono se hanno la capacità d’imporlo. Oggi, le cose si basano su un puro rapporto di forza.
Silvia Cattori: Dick Marty [10], delegato dal Consiglio d’Europa, potrebbe ottenere dall’Unione Europea l’annullamento di queste liste illegali?
Jean-Claude Paye: Il rapporto che Dick Marty ha redatto è molto importante! Esso è fuori dal coro, si oppone alla linea politica dei governi europei. Ma, di fatto, il signor Marty non ha alcun potere; il suo rapporto non ha potuto cambiare nulla, perché è controcorrente. Tuttavia, questo rapporto è essenziale.
Silvia Cattori: I politici che ci parlano di giustizia e libertà, lo fanno a vanvera?
Jean-Claude Paye: Bisogna essere lucidi, mostrare le cose per quello che sono. Quelli che fanno delle critiche limitandosi a dire: «Sì, servono delle leggi antiterrorismo, è necessario lottare contro il terrorismo, ma bisogna evitare gli abusi» non fanno che legittimare il punto di vista del potere. Dobbiamo mostrare che le leggi che hanno come obiettivo dichiarato la lotta al «terrorismo» sono in realtà leggi contro le popolazioni.
L’ultima legge promulgata negli Stati Uniti, il Military Commission Act, è una legge costituzionale di portata mondiale, come ho dimostrato nel mio ultimo libro Global war on Liberty. Il presidente degli Stati Uniti ha la possibilità di definire nemico ogni cittadino statunitense o qualsiasi abitante di un paese con il quale gli USA non sono in guerra. La gestione delle popolazioni, cittadini statunitensi compresi, diviene un atto di guerra e non più solo un’azione di polizia.
Prendiamo ad esempio l’Accordo Swift. Swift è un’agenzia belga che si occupa di trasferimenti finanziari internazionali. Swift ha trasmesso, dal 2001, tutte le informazioni sulle transazioni dei suoi clienti, violando non solo la legislazione belga, ma la legislazione europea [11]. In Europa è il diritto degli Stati Uniti ad essere applicato.
Tutto quello che viene detto dall’amministrazione statunitense sta nel campo della fede. La tesi governativa sugli attentati dell’11 settembre non può essere creduta razionalmente da nessuno. Il rapporto della Commissione non parla nemmeno del crollo di una terza torre. Si tratta di un rapporto psicotico, nel quale il discorso dell’autore si sostituisce agli stessi fatti. Un récente sondaggio Zogby mostra che la maggioranza degli Statunitensi auspica la riapertura dell’inchiesta [12]. Mentre, in Europa, viene stigmatizzato il semplice fatto di porre delle domande.
Silvia Cattori: Quale meccanismo ci resta per esigere il ritorno ad uno Stato di diritto?
Jean-Claude Paye: Bisogna mettere le carte in tavola. Parlare chiaro. Mostrare le implicazioni. Questo dipende dalla capacità di resistenza delle persone.
La lotta «antiterroristica» è in realtà una guerra contro le libertà. Questa guerra contro le libertà è la prima fase di una guerra contro le popolazioni. E il Military Commission Act è una legge penale di carattere mondiale ed è, in realtà, un atto di sovranità imperiale. È una legge che confonde rapporto di polizia con rapporto di guerra. È la messa a punto di una nuova forma di Stato mondiale che, integrando funzioni di polizia e di guerra, lotta contro le proprie popolazioni.
Cosa importante, questa legge viene applicata a livello mondiale, dà la possibilità agli Stati Uniti non solo di intervenire ma, soprattutto, di farsi consegnare qualsiasi cittadino nel mondo, cioè delle persone da essi definite «nemici combattenti».
Gli accordi europei di estradizione con gli Stati Uniti non si oppongono al fatto che le persone definite «nemici combattenti» possano essere trasferite negli Stati Uniti. Si tratta dunque di una legge che ha una portata mondiale. È un Atto costitutivo dell’Impero.
Attualmente è il diritto penale ad essere costituente. Questo è già esistito nella storia delle nostre società. Il diritto penale esercita un ruolo costituente nei periodi di transizione (ad esempio, il diritto penale fu dominante agli inizi del capitalismo).
Se il diritto penale è attualmente dominante, si sta preparando una nuova forma di diritto di proprietà. Quello che si potrebbe chiamare la fine della «proprietà di sé». Il complesso dei nostri dati personali non ci appartiene più. Essi appartengono allo Stato, ma anche alle imprese private. Il dominio del diritto penale prepara la realizzazione di questo futuro diritto privato.
Silvia Cattori: Generalmente la gente pensa che queste misure colpiscano solo individui ben precisi?
Jean-Claude Paye: Esse colpiscono tutti. Colpiscono ogni forma di resistenza. Un «terrorista» è divenuto qualcuno che non vuole abbandonare al potere le sue libertà, qualcuno che vuole vivere.
Silvia Cattori: Da questa estate, gli Stati Uniti considerano sospetti di « terrorismo » gli oppositori alla loro linea politica in Iraq e nel Libano [13]. Già vi figura il direttore dell’agenzia di stampa libanese New Orient News. L’amministrazione Bush avrebbe chiesto al governo Sarkozy, di trascrivere nel diritto francese le nuove liste di oppositori politici e di farvi figurare il giornalista Thierry Meyssan, già persona non gradita sul territorio degli Stati Uniti. Questo la sorprende?
Jean-Claude Paye: Non ero al corrente della richiesta concreta di Bush relativa a Thierry Meyssan. Ma si tratta di un contesto di puri rapporti di forza in un determinato momento. Quando si pensa all’isteria manifestata dai sedicenti «intellettuali» francesi e agli attacchi subiti in Francia Thierry Meyssan dopo l’uscita del suo libro sugli attentati dell’11 settembre [14] che ha osato porre le domande necessarie, non ci può più meravigliare di nulla.
Il mio lavoro mostra che le disposizioni «antiterroristiche» hanno come obiettivo l’attacco agli oppositori politici nonché alle popolazioni e non solo agli «islamisti». Non si può dunque essere fondamentalmente sorpresi, se si verifica questo, un’eventuale iscrizione di Thierry Meyssan nella lista dei «terroristi». Tuttavia, ciò indicherebbe che abbiamo raggiunto una nuova tappa nella criminalizzazione della parola di opposizione. Indicherebbe che il potere si sente perfettamente a suo agio, mettendo in chiaro degli obiettivi che finora ha sempre negato.
Chi può credere alla tesi governativa degli attentati dell’11 settembre? Chi può credere che una torre colpita da un aereo cada in modo controllato? Il problema è che gli Stati Uniti danno tutte le informazioni che permettono di rimettere in discussione la loro tesi, e le persone fanno mostra di credere. Ci troviamo in un meccanismo perverso nel quale l’individuo, per non affrontare il Reale, fa finta di credere all’inverosimile.
Silvia Cattori: Mentre Thierry Meyssan ha rivelato fatti che avrebbero dovuto prendere sul serio, curiosamente, i giornalisti lo hanno in genere stroncato.
Jean-Claude Paye: A chi appartengono quei giornali che hanno diffamato Thierry Meyssan? Quei «giornalisti» sono delle persone che ricopiano ciò che viene loro detto di dire. Ne conosce molti di giornalisti «ufficiali» che verificano le loro fonti e che fanno un serio lavoro d’indagine?
Silvia Cattori: I suoi libri sono importanti per tutti quelli che difendono le libertà.
Jean-Claude Paye: Ho scritto questi libri perché credo sia stato necessario farlo. Quando ho visto passare queste leggi, in Belgio e ovunque nel mondo, tutto è andato nello stesso senso. Bisognava rilevare questa coerenza. Sono in pochi a fare questo lavoro. Io sono quasi il solo a lavorare in maniera globale. Tutti questi dati non sono messi insieme. Devo raccoglierli, fare il lavoro del giurista e, nello stesso tempo, il mio lavoro di sociologo, per poter pensare la nuova forma di organizzazione del potere. I miei lavori prendono in considerazione le due sponde dell’Atlantico. Studiano non solo le leggi anti-terrorismo, ma tutte le leggi di controllo sociale. Questo forma un tutto.
di Silvia Cattori (giornalista svizzera). Articoli di questo autore
Intervista realizzata il 30 agosto 2007. Tradotto da Eurasia
Note:
[1] La fine dello stato di diritto. La Dispute, Paris, 2004. Questo libro è pubblicato in italiano dal Manifesto libri, in tedesco da Rotpunktverlag. Global War on Liberty. Éditions Telos Press, New York 2007. La traduzione in turco uscirà prossimamente edita da IMGE, in spagnolo da HIRU, in olandese da EPO.
[2] Il Patriot Act è definito una «Legge per unire e rafforzare l’America fornendo gli strumenti appropriati per individuare e contrastare il terrorismo». Votato dal Congresso degli Stati Uniti, è stato firmato da George W. Bush, il 26 ottobre 2001. Adottato a titolo provvisorio, questo dispositivo d’eccezione giungeva a scadenza il 31 dicembre 2005, ma veniva prolungato dalla Camera dei rappresentanti e perdura. Tra le sedici disposizioni del Patriot Act, che assicurano un controllo generalizzato delle popolazioni, quattordici sono state rese permanenti. Questa legge consente inoltre al governo degli Strati Uniti di detenere senza limiti e senza accuse ogni cittadino straniero sospettato di «terrorismo».
[3] «L’OTAN : du Gladio aux vols secrets de la CIA», di Ossama Lotfy, Réseau Voltaire, 24 aprile 2007.
[4] I giudizi di primo grado e di appello sono stati annullati dalla Corte di Cassazione di Bruxelles nel giugno 2007. Il processo ricomincia in appello il 13 settembre ad Anversa.
[5] Il capitolo VIII della legge n° 2006-64, pubblicata sul Journal officiel de la République française del 24 gennaio 2006, stabilisce che ogni persona morale o fisica che è stata in relazione con una persona iscritta nelle liste europee ad esempio di sospetti finanziatori del terrorismo (le quali comprendono liste di oppositori alla politica degli Stati Uniti in Iraq e nel Libano) deve rispondere ad ogni domanda relativa a tale relazione. Nel caso in cui egli disponga di risorse o di beni di cui non possa giustificare l’origine, sarà considerato, per difetto, come se li avesse ricevuti nel quadro di un’attività «terroristica». La Francia può bloccare i suoi averi, mentre un giudice anti-terrorista può farlo arrestare e incarcerare, poi farlo giudicare e, forse, condannare a 3 anni di prigione e a 75 000 euri di multa.
[6] «La CIA possède des prisons secrètes en Europe», di D. E., Réseau Voltaire, 10 novembre 2005.
[7] «L’Union européenne a autorisé par écrit les prisons secrètes de la CIA dès janvier 2003», Réseau Voltaire, 13 dicembre 2005.
[8] «L’Euro Patriot Act, Réseau Voltaire, 17 novembre 2003.
[9] «La loi Ashcroft-Perben II» e « La France autorise l’action des services US sur son territoire», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 18 febbraio e 8 marzo 2004.
[10] «Faut-il combattre la tyrannie avec les instruments des tyrans?», di Dick Marty, Réseau Voltaire, 22 marzo 2007.
[11] «La CIA a contrôlé les transactions financières du monde entier via la société SWIFT», di Grégoire Seither : e «SWIFT: le Trésor états-unien au-dessus des lois européennes», Réseau Voltaire, 26 giugno e 29 settembre 2006.
[12] «La majorité des États-Uniens souhaite une enquête sur le rôle de MM. Bush et Cheney dans les attentats du 11/9», Réseau Voltaire, 7 settembre 2007.
[13] La qualifica di «terrorista» è stata estesa dal presidente George W. Bush agli oppositori politici con l’Executive Order 13438 — Blocking Property of Certain Persons Who Threaten Stabilization Efforts in Iraq (firmato il 17 luglio 2007) e con l’Executive Order 13441 — Blocking Property of Persons Undermining the Sovereignty of Lebanon or Its Democratic Processes and Institutions (firmato il 1° agosto 2007).
[14] L’Incredibile Menzogna, Thierry Meyssan, Fandango libri, 2002.
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mercoledì 14 maggio 2008
9/11, PENTAGONO: L' AEREO C'E' MA I ROTTAMI (NON) CI SONO!
Apparsa qualche giorno fa la notizia del “Gruppo Undicisettembre” riguardanti i presunti rottami di AA77: pare infatti che, non-si-sa-dove, non-si-sa-quando e non-si-sa-perché siano saltate fuori delle foto che “metterebbero a tacere quello che ormai sta diventando il mistero del XXI secolo”.Pare infatti (secondo il sito “11-SETTEMBRE”) che al Pentagono, un uomo addetto ai lavori per lo sgombero delle macerie dell’aereo piombato, secondo la Commissione Indipendente per l’11 Settembre nel Ministero della Difesa a stelle e strisce, abbia fotografato… si signori: i resti di American Airlines 77!! Ma vediamo prima di analizzare le fotografie così come ci vengono presentate dalla redazione del sito 11-settembre:
Questa è la prima immagine che notiamo. Ci viene detto essere stata scattata ne “A-E Drive” ossia il “corridoio” interno che separa i due anelli più esterni a quelli più interni. La prova “schiacciante” a dimostrare l’autenticità della foto è il fatto che l'autore del’articolo ha ricevuto delle e-mail che ne confermino l’autenticità, specificando di essere in possesso del nome e del cognome dell’autore.Quindi per questa teoria basta che un testimone dica “si ho visto Mario Rossi scattare quella foto” immediatamente la foto scattata da Mario Rossi è autentica, non fa niente se magari mostra una mucca che vola, ma stiamo scherzando? Abbiamo il nome di chi ha scattato la foto! E’ quindi obbligatoriamente autentica. Nella parte evidenziata con il numero 1 vi sono quelli che, paiono essere i copertoni delle ruote del carrello e l’armatura interna. E fino a questo punto oserei anche dare ragione all’autore dell’articolo. Ma attenzione il fatto che ci siano i resti di un carrello non significa necessariamente che ci sia di mezzo anche l’aereo. Anche in Pennsylvania dentro “la buca” c’è qualche “pezzo di ferro”.
Quello che nella “foto panoramica” dei “rottami di AA77” è indicato con il numero 2 sono, secondo il Gruppo Undicisettembre, un pezzo dei motori Rolls-Royce del 757. A parte che, sfido chiunque a risalire da quei pezzi all’immagine postata sotto la foto, e gia questo da solo basterebbe a mettere in dubbio la veridicità di tale affermazione. Qui sotto vediamo la foto di un motore Rolls Royce di un boeing 757.
Riguardiamo per qualche istante la foto che mostra tutti i rottami, l’immagine e la foto qui a lato. Anche un cieco penso ammetterebbe che è effettivamente troppo piccolo per far parte della copertura di un motore Rolls Royce, di quelli montati sui 757. Ma la verità, ricordiamocelo, molto spesso è un opinione, e la si distorce fino a giungere al risultato sperato. La prova “inconfutabile” invece che ci troviamo al Pentagono è data dal fatto che nella prima fotografia si può infatti intravedere uno di quei mezzi meccanici utilizzati per sgomberare la parte colpita dalle macerie dell’aereo. Solo al Pentagono, è risaputo, si usano tali mezzi. Avremo quindi una mucca che vola nella fotografia di Mario Rossi e i resti di un boeing 757 nella fotografia postata su 11-Settembre.
Chiediamoci poi perché, se queste foto sono realmente così tanto autentiche e schiaccianti, non sono mai emerse fin’ora, nemmeno nel rapporto della Commissione, ma vengono pubblicate da un blog italiano.
AndreaP
link articolo originale: http://11-settembre.blogspot.com/2008/04/rottami-nel-e-drive-del-pentagono-11.html)
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giovedì 8 maggio 2008
9/11: AHMADINEJAD RIBADISCE IL SOSTEGNO ALLA "TEORIA" DEL COMPLOTTO
Iran: 9/11, Ahmadinejad ribadisce sostegno 'teoria complotto'
16.04.08 10:15
Il presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, è tornato oggi a sostenere implicitamente la "teoria del complotto" per spiegare gli attentati contro l'America dell'11 settembre, che ha definito «eventi sospetti», come già aveva fatto l'8 aprile scorso parlando in una cerimonia ufficiale. Ahmadinejad, che parlava in un comizio nella città santa sciita di Qom, trasmesso in diretta televisiva, si è riferito in particolare all'attacco alle Torri Gemelle di New York. «Qualche anno fa un evento sospetto è avvenuto a New York - ha detto il presidente iraniano - e ha provocato circa 3.000 morti, anche se non è mai stata resa nota la lista dei nomi». In seguito, ha aggiunto, gli Stati Uniti «hanno usato questo evento come un pretesto per attaccare l'Afghanistan e l'Iraq».
E solo in quest'ultimo Paese, ha affermato ancora Ahmadinejad, «secondo le loro stime, ci sono stati un milione di morti, mentre altre decine di migliaia sono stati uccisi in Afghanistan».Le affermazioni odierne del presidente iraniano ricalcano quelle fatte l'8 aprile in un discorso per la Giornata nazionale della tecnologia nucleare. In quella occasione Ahmadinejad aveva aggiunto che l'area di Manhattan «é sottoposta ai più sofisticati sistemi di controllo» e si era chiesto «come è possibile che due aerei potessero volarvi sopra senza un coordinamento con questo sistema di sicurezza e addirittura centrare le due torri».
ATS
fonte: http://new.ticinonews.ch/articolo.aspx?id=54195&rubrica=15
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